Come nasce lo sviluppo sostenibile? “The ecological warp”, dal 1970 al 1990

Quando nel 1972 ho iniziato la campagna permeata sulle mie visioni e sui miei concetti, quelle visioni e quei concetti erano ancora in nuce. In poche parole, si trattava di sviluppo sostenibile, ma in quegli anni il termine non era stato ancora coniato. Diffusamente si parlava, con preoccupazione, di natura, ecologia e del degrado che la contaminava. Ma anche nei circoli di ecologisti impegnati non c’erano idee chiare sulle risoluzioni.

C’era una sensazione diffusa, tuttavia: questo degrado non poteva essere oltremodo tollerato. Una delle prime persone ad aver posto una pietra miliare è stata Rachel Carson con il suo libro “Primavera silenziosa” (nel 1962). Carson era una biologa marina degli Stati Uniti e aveva visto le drammatiche conseguenze dell’impatto illimitato dell’industria chimica per l’ambiente nel suo paese. Grazie ai suoi scritti e alle sue azioni, l’insetticida DDT è stato proibito. C’era il Club or Rome, che nel 1972, pubblicò il primo rapporto denominato “Limiti dello sviluppo”, primo del suo genere a utilizzare le simulazioni al computer, che raccolse molti consensi. Fui molto toccato da questa relazione, che descriveva le interazioni estremamente complesse tra tutti i tipi di azioni umane e la natura e le conseguenze che comportavano. Era un approccio freddo, matematico; alla mia generazione mancò il tocco appassionato e umano dell’approccio di Carson.

Nel 1983 uno scienziato inglese, James Lovelock, ha coniato il concetto di “Gaia”: il pianeta Terra non è una roccia morta, ma un organismo vivente. Il suo approccio comprendeva le prime idee della biodiversità, l’autoregolamentazione e la stabilità all’interno della natura vivente, e quindi anche gli impatti delle emissioni di CO2. Egli è stato in grado di dimostrare che più sono la diversità, la varietà e le interazioni, più il pianeta è stabile. Come ciliegina sulla torta c’è stata la relazione della cosiddetta Commissione Brundtland, nel 1987, chiamato “Il nostro futuro comune”. È stato quest’ultimo rapporto, che ha coniato il termine sviluppo sostenibile: lo sviluppo che soddisfa i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni. Un rapporto di 317 pagine condensato in una frase! Questo rapporto è stato ampiamente pubblicato, ma in realtà non è stato realmente letto, e ancor meno messo in pratica; ancora oggi, ventisette anni dopo, si trovano pochissime persone in grado di darne un resoconto chiaro. Molti attori convenzionali sociali, le imprese, addetti al marketing e simili l’hanno piegato a proprio vantaggio, senza una reale preoccupazione.

Negli anni Settanta, una diretta conseguenza di tutto questo è stata una campagna per la sostituzione di materie prime fossili (carbone, olio minerale, uranio) che erano sulla frana di esaurimento, con sostanze di natura vivente, che sono teoricamente illimitate. Come la maggior parte delle idee portate avanti dagli attivisti queste idee sono basate principalmente sull’istinto; le sottostanti idee, i concetti e gli argomenti si sono sviluppate in modo lento. Ho creato detergenti, cosmetici, smalti, vernici, coloranti e simili e le ho prodotte in piccola scala. Alla gente sono piaciuti, “rivivendo” texture, profumi ed esperienze che avevano vissuto nella loro infanzia o – per i più giovani – anche mai conosciute.

Allo stesso tempo, non c’era ancora una vera compagine economica e commerciale per sostenere tale attività. Il numero di persone interessate era troppo piccolo. Molti ingredienti non esistevano ancora, non erano disponibili o troppo costosi. I rivenditori non erano interessati.

Ciò nonostante siamo andati avanti. Ci sono stati alcuni circoli in tutta Europa – soprattutto nel nord – che hanno iniziato a costruire idee e intuizioni necessarie a strutturare i concetti. Tra il 1980 e il 1990 sono nate una serie di iniziative. Circoli di studio, aziende, le prime fiere ecologiche, corsi, libri, riviste specializzate. Molti di loro esistono ancora oggi e negli ultimi dieci anni molti tra loro hanno iniziato a collaborare, condividendo conoscenze e competenze al di là del paese e dei confini culturali. Quando l’inquinamento non rispetta i confini nazionali, perché dovrebbe farlo lo sviluppo sostenibile?

Piccole e grandi aziende, i produttori e la grande distribuzione, ha iniziato a essere consapevole che questo sviluppo non solo era seriamente sostenuto e accettato dal pubblico in generale, ma che è stato anche in grado di dare risposte a un sacco di incertezze e di creare percorsi a prova di futuro.

L'esperto

Peter Malaise

Ricercatore belga e consulente per la sostenibilità dal 1972, è fondatore e Amministratore Delegato di Meta Consort Partnership, che aiuta le imprese e le ONG a livello mondiale nello sviluppo pratico di prodotti e servizi su base sostenibile. Nel 1976 Peter ha co-fondato Meta Fellowship, organizzazione no-profit per lo sviluppo e la promozione di “soluzioni…

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