L’agricoltura chimica non è la strada giusta. Evoluzioni e involuzioni di un’attività che dura da secoli

Quando i nostri antenati praticavano l’agricoltura, agivano secondo una tradizione che perdurava da secoli. Coltivare la terra e allevare animali rispecchiava le possibilità e le impossibilità del biotopo locale e dipendeva dalla disponibilità di risorse locali, vegetali, animali e minerali.

Oggi è difficile per noi comprendere a pieno com’era prima, quindi per farci un’idea dobbiamo appellarci alle testimonianze. Esiste una serie favolosa di opuscoli pubblicati nel 1932, dal titolo “The little house on the prairie” (“La casa nella prateria”) scritto da Laura Ingalls Wilder, una pioniera americana. Era una bambina quando i suoi genitori si trasferirono in Dakota intorno al 1870-1880. Con un linguaggio molto accessibile (i libri possono essere facilmente letti anche dai bambini) sono descritti nel dettaglio i mezzi, gli strumenti e le modalità che hanno permesso alla famiglia di riuscire a vivere di agricoltura nel clima rigido del Nord America, senza tralasciare i particolari relativi al loro rapporto con vicini di casa e amici.

Un altro libro interessante è “Walden; o, la Vita nel bosco” di Henry David Thoreau, pubblicato nel 1854. Anche Thoreau descrive un’esperienza pionieristica: lui andò a vivere per due anni in una capanna nel bosco, senza compagnia e senza alcun confort. Nel libro esprime nel dettaglio le sue percezioni e sensazioni, la solitudine, la vita primitiva e la necessità di essere inventivo e creativo: “Not till we are lost, in other words not till we have lost the world, do we begin to find ourselves, and realize where we are and the infinite extent of our relations”. (“Solo quando ci siamo perduti, in altre parole, solo quando abbiamo perduto il mondo, cominciamo a trovare noi stessi, e a capire dove siamo, e l’infinita ampiezza delle nostre relazioni”).

Vecchi libri per risolvere problemi nuovi? È questo il tipo di approccio che dovremmo usare, tornare al passato e a un modo elementare di vivere? Assolutamente no! Ma ci sono alcune somiglianze tra le sfide vissute dalla famiglia Ingalls così come da Henry Thoreau e le sfide che ci troviamo a vivere oggi. Entrambi i libri descrivono la vita all’interno di una società ancora in piedi alle porte della scoperta scientifica e della rivoluzione industriale. La natura non era ancora compromessa dall’impatto ambientale di una vita industriale e agricola sviluppata contro invece che con essa, in nome del profitto finanziario. La salute umana non era ancora vittima dell’equivoco che l’uomo sia solo un contenitore di carne e ossa che può essere trattato con la chimica, ancora una volta, in nome del profitto finanziario. Adesso noi siamo scesi molto più in basso e siamo in grado di vedere il danno; ciò è più che sufficiente per smorzare i nostri spiriti. “Siamo entrati in un’epoca di Disruption”, scrive Otto Scharmer, in cui “il processo decisionale di un gruppo di interesse ci ha portato in uno stato di irresponsabilità organizzata, generando collettivamente dei risultati che nessuno vuole”.

A quanto pare siamo atterrati sulla pista sbagliata, il che è estremamente visibile in agricoltura, l’attività umana fondamentale che ci permette di vivere in questo pianeta. Abbiamo sostituito la fertilità naturale del terreno con un aumento esponenziale della diffusione di fertilizzanti sintetici e l’esito drammatico della diminuzione della fertilità in tutto il terreno del mondo. Sulla scia di tale fenomeno sono apparsi un sacco di parassiti, contro i quali abbiamo dovuto iniziare a utilizzare insetticidi, e le cosiddette malattie delle piante che abbiamo cominciato a combattere con i pesticidi. Insetticidi e pesticidi sono persistenti, avvelenano l’ambiente e lo faranno ancora di più negli anni a venire. I semi delle piante, che sono stati risorse di proprietà comune per migliaia di anni, sono sequestrati da parte dell’industria, geneticamente modificati, brevettati e venduti con l’interdizione di riprodurli.

Bovini da latte e polli sono costretti a produrre oltre i loro limiti naturali, spesso in condizioni vergognose se non crudeli. Di conseguenza, gli animali diventano deboli e hanno bisogno di antibiotici per sopravvivere abbastanza a lungo per rendere al macello. Sulla scia di tutto questo, un sacco di sostanze chimiche indesiderate si diffondono ogni giorno attraverso la catena alimentare. In breve, l’agricoltura moderna è diventata completamente dipendente dell’industria chimica ed è infatti doveroso parlare di “agricoltura chimica”. Tutto questo non è una novità, naturalmente, e i consumatori consapevoli che resistono all’inganno sono già da molto tempo alla ricerca di alternative.

Già nel 1893, si era imboccata la strada sbagliata dell’agricoltura chimica, con i primi tentativi della Fondazione Eden a Oranienburg, in Germania (tutt’oggi produttori esistenti!). Il primo approccio a quello che sarebbe stato definito successivamente “agricoltura biologica” si è avuto nel 1924 a Koberwitz (ora Kobierzyce, in Polonia) alla presenza di oltre 100 partecipanti provenienti da diversi paesi.
Da allora, l’agricoltura biologica e i prodotti biologici si sono diffusi in tutto il mondo. Molte persone pensano ancora che sia l’agricoltura “senza-questo-e-senza-quello”, ma è molto, molto di più. Etica, salute e tematiche ambientali sono parte inscindibile di essa: il clima e il rispetto del biotipo, la cura della fertilità del suolo, l’ottimizzazione della qualità delle colture, l’allevamento degli animali in modalità opportune, metodi agricoli sostenibili, la limitazione della produzione di carne e di articoli lattiero-caseari, la predilizione per il cibo di stagione, la cura per il sistema acquatico globale, l’uso di energia sostenibile, la limitazione dell’uso di prodotti chimici, di rifiuti e di energia, l’esclusione della manipolazione genetica e di ingredienti fossili.

L’agricoltura biologica parte da un approccio olistico per natura. Ecco perché, quando facciamo i nostri acquisti nei giorni, dovremmo orientare la nostra attenzione ai prodotti da agricoltura biologica certificata negli scaffali, piuttosto che a quelli da agricoltura chimica. Caro? No! Tutti gli altri prodotti agricoli sono troppo a buon mercato per i danni che arrecano, e sono la nostra salute e il nostro ambiente, a pagare il prezzo reale.

 

 

L'esperto

Peter Malaise

Ricercatore belga e consulente per la sostenibilità dal 1972, è fondatore e Amministratore Delegato di Meta Consort Partnership, che aiuta le imprese e le ONG a livello mondiale nello sviluppo pratico di prodotti e servizi su base sostenibile. Nel 1976 Peter ha co-fondato Meta Fellowship, organizzazione no-profit per lo sviluppo e la promozione di “soluzioni…

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